Armando López Castro: “Resistire”

 

 

 

 

Poesia tradotta e letta da Alberto Martinelli (Università degli Studi di Trento)

 

Resistere

 

Non c’è libertà senza la parola,

senza preservarne il senso originale.

Perché scrivere è resistere, lasciare la ferita

aperta, smettere di essere per essere parlato

e starsene come il riccio nel suo segreto.

 

Togliti di mezzo, non intrometterti,

rimani stagliato nella distanza,

senza fare un passo falso, e accogli

un’assenza nell’ascolto, lasciando

che passino le parole non tue

come se celassi il fuoco rubato

o l’acqua rimasta nel deserto.

 

Guardiano del limine, del titubare,

del dubbio, le parole che ricevi,

che fonicamente si attraggono o respingono,

macchiate dalla vita o dalla morte.

Siamo di passaggio, come in discussione,

e se la poesia è un patto con l’impossibile,

un dire contro ogni evidenza,

bisogna entrare nell’abisso del silenzio

per non continuare a dipendere dalla realtà.

 

Prima il nulla, poi l’universo,

e in questo scambio di esperienze,

al poeta non resta che lasciarle scorrere,

recuperare nel ricordo certi momenti,

punti luminosi di un’altra vita più alta.

 

 

Resistir

 

Ninguna libertad se da sin la palabra,

sin mantener intacto su sentido original.

Porque escribir es resistir, dejar la herida

abierta, dejar de ser para ser hablado

y quedar como el erizo en su secreto.

 

Quítate de en medio, no interrumpas,

permanece erguido en la distancia,

sin dar un paso en falso, y recibe

una ausencia en la escucha, dejando

pasar las palabras que no te pertenecen,

como si guardaras el robo de la antorcha

o el agua disponible en el desierto.

 

Guardián de la frontera, del titubeo,

de la duda, las palabras que heredas,

que fónicamente se atraen o se rechazan,

están manchadas por la vida y por la muerte.

Somos transitorios, como un entredicho,

y si el poema es un trato con lo imposible,

un decir contra toda evidencia,

hay que entrar en el abismo del silencio

para no seguir dependiendo de la realidad.

 

Antes la nada, después el universo,

y en este intercambio de experiencias,

al poeta sólo le queda dejarlas fluir,

recuperar en el recuerdo ciertos momentos,

puntos luminosos de otra vida más alta.

 

(Bajo la corteza, Círculo rojo, Almería 2017)

Leído por Antonio Martínez Arboleda

Fotografía de Carlos Vicente Rubio (iLeón)

Rafael-José Díaz: “Non è il vento che parla”

 

 

 

Poesia tradotta da Maddalena Frigerio (Università degli Studi di Trento) e letta da Francesca De Presa

 

Non è il vento che parla

 

E dopo esser morto svuotarono

la casa in cui vissi. Dove

steso, si contorceva, il mio corpo,

e subito, cadavere, ripugnante

materia che nessun’uomo in vita

seppe mai amare.

 

Si accumulano ora i secchi per pulire

il suolo dove caddi,

il grasso accumulato

degli anni inutili, il vomito,

le feci, lo sperma che su pelle

alcuna si versò, e il marciume

che già ero dal ventre di mia madre.

 

Si affacciano i parenti

con i loro sguardi acidi

a finestre che sempre

ho tenuto chiuse.

Nulla valgono i mobili, però

li han già ritirati per usarli

nelle loro vecchie topaie.

Durò poco il loro pianto, poco

duran le lacrime forzate.

 

Non resistetti. Lottai

con il volume del mio corpo,

smettevo di mangiare per dei giorni.

Lottai contro i tratti

deformi che ereditai dalla mia deforme

famiglia. Compensai con passione,

con sorrisi difficili, illusi,

con forza, con vita,

la morte, l’indifferenza

che sempre mi circondarono.

Stavo quasi per compiere trent’anni.

 

Solo rimane, ma non saprei dove,

l’amore dato a qualcuno che non poté amarmi.

 

(Un sudario, Valencia, Pre-Textos 2015)

 

 

No es el viento quien habla

 

Y después de morir desmantelaron

la casa en que vivía. Donde estuvo

tendido, retorciéndose, mi cuerpo,

y enseguida cadáver, asquerosa

materia a la que nadie, en vida,

pudo nunca amar,

 

se acumulan ahora los cubos con que limpian

el suelo en que caí,

la grasa acumulada

de los años inútiles, los vómitos,

las heces, el esperma que en piel

alguna se vertió, la podredumbre

que fui ya desde el vientre de mi madre.

 

Se asoman mis parientes,

con sus miradas ácidas,

a ventanas que siempre

mantenía cerradas.

Nada valen los muebles, pero ellos

ya los han retirado para usarlos

en sus sucias covachas.

Duró poco su llanto, porque poco

duran las lágrimas forzadas.

 

No pude resistir. Luché

con el volumen de mi cuerpo,

dejaba de comer durante días.

Luché contra los rasgos

deformes que heredé de mi deforme

familia. Compensé con pasión,

con sonrisas difíciles, ilusas,

con ánimo, con vida,

la muerte, el desamor

que siempre me rondaron.

He estado a punto de cumplir los treinta.

 

Lo único que queda, pero ya no sé dónde,

es el amor que di a quien no pudo amarme.

 

Poema leído por el autor

Foto de Amherrenberge CC BY SA 4.0 (Wikipedia)

Rafael-José Díaz: “La notte”

 

 

 

 

Poesia tradotta e letta da Benedetta Rebonato (Università degli Studi di Trento)

 

La notte

A Daniel Duque

 

 

Non credo si stia

così male sotto la terra:

 

ci sarà un soave silenzio intenso

come quello di oggi,

 

di questa notte

di sassi sommersi;

 

non avremo più nessun obbligo

di alzarci presto

 

per lavorare e, al contrario,

quando pioverà, la terra,

 

mescolata con l’acqua,

sarà un dolce caffè

 

per i resti della bocca

che non soffrirà più i dolori del cancro;

 

saremo una parte

della materia che andrà, in chissà quale millennio,

 

a riunirsi con quella stella

che ricoprì di vita la nostra carne,

 

e quella stella, a sua volta,

più avanti,

 

farà parte di un’altra

stella maggiore che la riassorbirà;

 

così viaggeremo

per l’universo

 

come potrei farlo già questa notte

in un sogno grato, se riuscissi

 

a dormire dopo queste parole

che solo hanno scosso

 

brevemente il notturno

silenzio.

 

(Un sudario, Pre-Textos, Valencia 2015)

 

 

 

La noche

 

Para Daniel Duque

 

No creo que se esté

tan mal bajo la tierra:

 

habrá un suave silencio concentrado

parecido al de hoy,

 

al de esta noche

de piedras sumergidas;

 

no tendremos ninguna obligación

de levantarnos pronto

 

a trabajar y, en cambio,

cuando llueva, la tierra,

 

mezclada con el agua,

será un dulce café

 

para los restos de la boca

que ya no sufrirá los dolores del cáncer;

 

seremos una parte

de materia que irá, en algún milenio,

 

a reencontrarse con el astro

que revistió de vida nuestra carne,

 

y ese astro, a su vez,

más adelante,

 

pasará a formar parte de algún otro

astro mayor que lo reabsorba;

 

viajaremos

así por todo el universo

 

como podría hacerlo ya esta noche

en algún sueño grato, si lograra

 

dormir después de estas palabras

que sólo han perturbado

 

brevemente el nocturno

silencio.

 

Poema leído por el autor

 

 

Adalberto García López: “Porpora terra desolata”

 

 

 

Poesia tradotta da Erika Romano (Università degli Studi di Macerata) e letta da Francesca Di Presa

 

PORPORA TERRA DESOLATA

 

I

 

È un freddo cimitero

penombra nella penombra

vulcanica violenza nelle sue strade e nei suoi fiumi

Trema la chiara notte,

un revolver si annuncia,

nessuno muove le labbra,

rimane solo lo sparo.

È un veloce assassino,

lentissimo giustiziere.

Mare che zittisce le sue morti,

il fragore delle onde porta con sé i tuoi occhi,

testimoni delle morti.

È un freddo cimitero,

è la culla della mia voce,

prima voce che ho avuto.

È pira mascherata,

solitudine, moltitudine.

Rossiccio tramonto sulle sue vene ocra.

Strade piene di spaccature

e pazzi indigenti.

La pallottola dove il cane

urina senza vergogna,

si dimentica del cadavere

ed urina sul cadavere.

 

 

VI

 

Covo della disgrazia,

fragile rompicapo

dove il rosso, il nero

sono più del sangue e della notte.

Sopravvive la pazienza come cattiva abitudine.

Ereditato nel nome

la pietra è già pesante

è già difficile cantare.

Sia per larcangelo

o per il nuovo cielo

o per una nascosta e strana relazione

ci tocca arare i corpi.

Ingiustizia o disgrazia

la montagna si inclina:

lombra della pietra

ci copre interamente.

 

 

PÁRAMO GRANATE

 

I

 

Es frío cementerio,

penumbra en la penumbra:

volcánica violencia en sus calles y ríos.

Tiembla la clara noche,

un revólver se anuncia,

nadie mueve los labios,

queda solo el disparo.

Es veloz asesino,

lentísimo verdugo.

Mar que calla sus muertes,

el rumor de las olas trae consigo tus ojos,

testigos de las muertes.

Es frío cementerio,

es cuna de mi voz,

voz primera que tuve.

Es pira disfrazada,

soledad, multitud.

Rojizo atardecer sobre sus venas pardas.

Calles llenas de grietas

y  locos indigentes.

La bala donde el perro

orina sin vergüenza,

se olvida del cadáver

y orina en el cadáver.

 

 

VI

 

Cueva de la desgracia,

frágil rompecabezas

donde el rojo, el negro

son más que sangre y noche.

Pervive la paciencia como mala costumbre.

Heredado en el nombre

ya la piedra es pesada,

ya es difícil cantar.

Sea por el arcángel

o por el nuevo cielo

o por una escondida y extraña relación

nos toca arar los cuerpos.

Injusticia o desgracia

la montaña se inclina:

la sombra de la piedra

nos cubre por entero.

 

 

Adalberto García López: “Se oltre il mio corpo”

 

 

 

Poesia tradotta da Erika Romano (Università degli Studi di Macerata) e letta da Francesca Di Presa

 

SE OLTRE IL MIO CORPO

 

se oltre soltanto

un mancato tocco

un gesto vuoto

un battito mi lasciasse

mi lasciasse qualcosa di minuscolo

minuscolo come un dente di leone

come la sporcizia che si annida sotto le unghie

dunque

solo lì

osserverai se resto

se resto tra lerba bassa

o nei vasti giardini delloblio

come il fiore che strappato

ancora rimane nel distratto olfatto

di quelli che percorrono

vedendo

forse la strada

ma non la rotta

e se sono assente

ovverosia

in nessun luogo mi trovo

in nessun luogo mi ricordo

nominerò tutte le cose

e metterò una canzone

nella bocca di nessuno

qualcuno forse attende il mio richiamo

 

 

SI DESPUÉS DE MI CUERPO

 

si después solamente

un quebrado tacto

un gesto vacío

un latir me quedara

me quedara algo minúsculo

minúsculo como un diente de león

como la mugre que se junta en las uñas

entonces

ahí solo

observara si permanezco

si permanezco entre la baja hierba

o en los amplios jardines del olvido

como la flor que cortada

aún permanece en el desatento olfato

de los que cruzan

viendo

quizás el camino

pero no el recorrido

y si estoy ausente

es decir

en ningún lado me encuentro

en ningún lado me recuerdo

voy a nombrar todas las cosas

y pondré una canción

en los labios de nadie

alguien quizás atienda mi llamado

 

Leído por Antonio Martínez Arboleda